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Romina Falconi. Foto di Ilario Botti

Romina Falconi, “Biondologia” è psico-pop

“Biondologia” è il nuovo album di Romina Falconi. Il sottotitolo è “L’arte di passeggiare con disinvoltura sul ciglio di un abisso”, e spiega il filo conduttore del concept album. Si tratta di 12 canzoni che affrontano un percorso psicologico dentro le emozioni, che danno vita a una nuova forma musicale, lo psico-pop.

Romina Falconi pubblica “Biondologia”, un disco che è una mappa psico-emozionale di tutti gli schiaffi che la vita ci dà. Ogni canzone racconta e, a suo modo, affronta, uno stato emotivo diverso – e li conosciamo tutti, di sicuro. Tutto parte dal biondo, il biondo dei capelli di Romina. E dall’amore, chiaramente.

Com’è nata l’idea di questo album? 
Molti fan mi raccontavano la loro vita scrivendomi lettere bellissime, perché da me non si sentivano giudicati. Ero percepita in un modo che, da fuori, non potevo neanche immaginare. Tu non scegli il tuo pubblico, sono le persone che ti scelgono, e questa scelta la vivi come un onore e una responsabilità. Le loro storie non erano facili, però a casa mia l’ironia è fondamentale, e quindi l’ho messa anche in questi brani: su 12 tracce 8 sono grottesche.

Qual è la finalità di questo concept? 
Lo scopo non è insegnare qualcosa a qualcuno, vorrei però non far sentire solo nessuno. Quasi tutto si supera nella vita. Elena (Ollosu, nda), psicologa e mia amica, ha ascoltato i primi brani e a lei ho detto che volevo parlare come il paziente tipo fa dall’analista, cioè con grande sincerità. Ho lavorato tre anni e mezzo per realizzare il disco. Ho scritto 49 canzoni, perché volevo a tutti i costi affrontare il problema in maniera viscerale, perché ci sono stati emotivi che ho vissuto e superato in fretta, e altri no.

Cos’è “Biondologia”?

“Biondologia” è rimanere in piedi nonostante gli schiaffi. Bisogna lottare per essere felici.

Qual è il tema che più spesso le persone affrontavano nelle loro lettere? 
La dipendenza affettiva. Ho letto tante storie di persone che si trovano a essere l’amante numero due, la seconda persona nella vita di un altro. Io mi sentivo così durante la mia prima convivenza, anche se lui non aveva un’altra persona; semplicemente non era mio. Mi domandavo perché non mi amasse come lo amavo io. Anche la paura dell’abbandono è molto sentita.

“Cadono saponette” ha a che fare con il pessimismo. 
Questa canzone, più delle altre, è autobiografica. La sento molto mia, perché quando conosco una persona che mi sembra perfetta mi domando dov’è nascosto il cadavere. E stai lì abbottonata, facendo strategie, tipo: non mi faccio sentire per due giorni, vediamo cosa fa. È un modo per proteggersi.

E per quanto riguarda la musica di questo disco?
È stato un parto. Avevo l’idea di fare una mappa emozionale parlando di tutte le magagne, quelle belle (perchè se continui a parlare e ragionare di una cosa, pur bella, diventa magagna) e quelle brutte, dell’amore. Visto che questo era il presupposto, ogni canzone doveva avere un arrangiamento diverso per esprimere un’emozione ogni volta differente. Ed è stato molto difficile fare un lavoro così. Ho contattato il produttore Francesco Katoo Catitti, che è stato l’unico pazzo che ha accettato questa mia idea. Io ero così sicura di cosa volevo… e adesso sono molto contenta di vedere il disco realizzato.

Da fan di Dylan Dog, come c’è finito Roberto Recchioni (che è uno dei suoi autori) nel tuo disco?
Ho amici in comune con lui. Una sera andiamo a cena, parliamo e scopro che anche lui è di Torpignattara (un quartiere di Roma, nda). Siamo diventati amici e un giorno, parlando, mi manda un suo messaggio vocale. Da lì è nata l’idea per il brano “Sei mejo te”, e lì dentro sentite proprio quel nostro scambio vocale.

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