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Intervista-Niccolò Agliardi racconta il romanzo "Ti devo un ritorno"
Foto: Francesca Marino

Intervista-Niccolò Agliardi racconta il romanzo “Ti devo un ritorno”

“Ti devo un ritorno”, Niccolò Agliardi racconta un romanzo di fughe e domande – per ritrovarsi – innestato su un fatto di cronaca vero

 

Non è il suo primo libro, ma certamente è “più da adulto”. Niccolò Agliardi aveva già scritto con Alessandro Cattelan “Ma la vita è un’altra cosa”, “un racconto più che un romanzo, che ho amato tantissimo”.

Niccolò scrive anche moltissime canzoni, per sé, per altri: facciamo un nome per tutti, Laura Pausini, che si affida da tempo alla sua penna. E poi, c’è sempre lui a comporre le canzoni dell’amatissima serie tv “Braccialetti Rossi”, di cui è stato pubblicato da poco il cd con la colonna sonora della terza stagione. “Ti devo un ritorno” (Salani Editore) non è quindi un esordio, ma è comunque il primo romanzo interamente scritto da Niccolò Agliardi, un successo che in poche settimane è andato in ristampa.

“Ti devo un ritorno”, un libro molto tuo. In un certo senso, è scritto come scrivi le canzoni.
C’è molto di mio, sicuramente. Riconosco di avere una scrittura estremamente musicale, e questo per gli editori pareva essere un problema, all’inizio; invece è risultata una caratteristica molto gradita.

Infatti il libro è andato in ristampa.
Ed è stato un sollievo perché questa della musicalità non era una caratteristica evitabile.

La capacità di sintesi è indispensabile per le canzoni; il libro è invece un espandere, un dilatare. Ti sei posto il problema di questo differente approccio quando hai iniziato il romanzo, oppure no?
Sì, ci fai caso perché sono due registri di scrittura differenti. Nelle canzoni il vincolo è dire tutto in uno spazio esiguo; il libro ha richiesto un anno di solitudine, a tratti devastante, in cui pensavo a come raccontare questa storia.

Parte da lontano questo libro?
Sì, da un racconto di un mio amico, Giovanni Gastel Junior, che mi ha fatto notare la stranezza di una clinica di Porto dove l’85% dei pazienti veniva da un’isola delle Azzorre, San Miguel. Io mi sono chiesto come mai, e ho scoperto che questa anomalia era dovuta a un fatto di cronaca. Sono andato là e ho constatato che il naufragio dell’imbarcazione di un trafficante italiano aveva lasciato l’isola in balia della cocaina dispersa nel mare. Ci sono strascichi pesanti che ancora persistono a distanza di 15 anni. Una mia amica dai tempi dell’università, Maria Cristina Olati, oggi fa la editor: quando le ho detto che avrei voluto scrivere di questa vicenda mi ha suggerito di intrecciarci un’altra storia, che fosse più speciale, più mia. Il mio amico Brando Pacitto (attore di “Braccialetti rossi”) è un surfista, ed è diventato il mio Vasco, un diciannovenne che vive a San Miguel e che passa molto del suo tempo tra le onde.

Tu però non sei Pietro, il protagonista del libro: un trentenne milanese che è alla deriva, all’inizio del romanzo. Se non alla deriva, almeno in ricerca.
No, per fortuna sono un po’ più strutturato di lui (ride, nda). Ho anche 10 anni più di Pietro e questo si sente. Lui fa fatica a vedere qualsiasi direzione… Però in qualche modo mi somiglia, diciamo che ha un parallelo con me.

In che modo Brando è Vasco?
Mi ha dato una grande mano per lo slang e per i dialoghi tra Vasco e Pietro.

Ci sono altri tuoi amici che in qualche maniera ‘compaiono’ nel romanzo?
Il giornalista Andrea Amato è Duarte De Castro, cioè il cronista che nel libro segue la vicenda della cocaina. Il suo aiuto è stato fondamentale per aiutarmi a creare il giusto linguaggio giornalistico.

Il romanzo "Ti devo un ritorno" di Niccolò Agliardi

Ti devo un ritorno e Braccialetti rossi

Negli stessi mesi in cui scrivevi “Ti devo un ritorno” hai lavorato a “Braccialetti rossi”…
E con Laura Pausini. La canzone “Simili” l’ho scritta in contemporanea al libro, e un po’ ne è figlia – così come in parte è figlia di Braccialetti.

A proposito della colonna sonora di “Braccialetti rossi 3”, con 7 inediti e 7 successi, lo consideriamo un tuo disco a tutti gli effetti?
E’ mio per scrittura e perché figlio dell’amore che nutro per il mio mestiere. Se non fossero state legate alla serie tv, le canzoni le avrei arrangiate in maniera differente. Io tendo alla sottrazione, mentre per la tv serve un arrangiamento più colorato. Le canzoni poi diventano protagoniste, ma sono nate come accessori.

 

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