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L’industriale: recensione e Trailer

L’attuale economia italiana dal punto di vista di un imprenditore che tra meriti e cadute nel vuoto non convince appieno.
Negli anni ’70, Giuliano Montaldo si era soffermato con la sua “trilogia sul potere” (militare con Gott mit uns, giudiziario con Sacco e Vanzetti e religioso con Giordano Bruno) sulle fondamenta che reggono gli stati occidentali, mostrandone gli abusi. Con L’industriale l’occhio del regista si sofferma sull’attualità con la storia di Nicola (Pierfrancesco Favino), un imprenditore stritolato dalla crisi, con l’acqua alla gola perché le banche gli rifiutano ulteriori finanziamenti, mentre aumentano i debiti e le scorte in magazzino. Solo lui crede in una possibilità di rilancio e nel frattempo scopre che anche la sua vita privata non è più ben salda perché l’amore della moglie Laura (Carolina Crescentini) gli sta sfuggendo.
Il film parte bene, sullo sfondo di una Torino altera a grigia (bellissima la fotografia desaturata e livida di Arnaldo Catinari), il regista si focalizza sui problemi amministrativi e finanziari della fabbrica di pannelli solari, sulla testardaggine del suo protagonista che vuole continuare a “credere” in una ripresa, pur avendo sia le banche che la sua famiglia contro. Purtroppo da un certo punto in poi l’aspetto lavorativo lascia troppo spazio a quello privato, per cui i buoni propositi iniziali si sgretolano e il tutto si trasforma nella storia trita e ritrita di corna borghesi. Che la crisi nel lavoro possa ripercuotersi sul matrimonio è una verità indubbia, ma Montaldo e il co-sceneggiatore decidono di dedicargli troppo spazio ed il mondo mostratoci è alieno alla realtà attuale che tutti viviamo. Il regista si focalizza su uno spicchio di mondo fatto di macchine costose, autisti, ville da rivista, dialoghi affettati, avvocati adulatori ed eleganza nel vestire. Tutto ciò è talmente lontano dai pochi personaggi che realmente appartengono al quotidiano (gli operai che si recano dal padrone per avere garanzie sul loro stipendio) che risultano alieni. La descrizione dell’alta finanza priva di scrupoli e degli stratagemmi messi in atto per non far fallire l’azienda, sono la parte più interessante del film, ma al progressivo prendere spazio della dimensione privata, il film perde di contenuto critico.
Ciò che, però, va riconosciuto al regista sta nel non dividere gli italiani in ricchi e poveri, ma in persone oneste e disoneste e dunque sceglie un protagonista ricco con un codice morale solido, per mettere ancor di più in risalto la difficoltà delle persone oneste a cavarsela, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza. Il dare troppo spazio, nella seconda metà del film, alla vita coniugale fa dunque sparire l’intenzione iniziale del film, nel trattare un tema universale puntando il dito sull’incapacità delle istituzioni di rimettere in sesto l’Italia, puntando sul lavoro e sull’etica. Che l’industriale riesca a scongiurare le corna interessa meno, rispetto alle sorti degli operai della fabbrica e non per un’ideologia socialista nel giudizio, ma perché per metà del film la cosa più importante sembra essere quella.
Favino, straordinario, si conferma tra i pochi italiani che popolano il settore, a poter essere definito “attore”. Il suo lavoro di immersione nel personaggio è totale, l’incedere, il perfetto accento torinese, paragonabile al “metodo” americano di lavoro dell’attore sul personaggio. Dosando la malignità sulla Crescentini si auspica che sia talmente ben entrata nel ruolo di Corinna di Boris, da non riuscire a scrollarselo di dosso, al peggio nella famosa serie tv italiana era semplicemente se stessa e le interruzioni di René (Francesco Pannofino) del tutto spontanee.
Cliccando qui, il trailer ufficiale

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