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Le idi di Marzo

Nuova versione nel e del cinema secondo Clooney. Questa volta guarda più avanti da un punto di vista temporale e realizza un thriller politico che strizza l’occhio a certi titoli liberal degli anni ’70 come Pollack e Lumet.
Prima c’era stato il riuscito Confessioni di una mente pericolosa, ma è la seconda prova registica di George, Good Night and Good Luck, ad essere stata un’assoluta rivelazione per tutti, confermandolo in questo nuovo ruolo oltre in quello di attore. Clooney è fra gli interpreti – simbolo di Hollywood tra i più politici, la sua carriera di attore ha sempre mostrato titoli più o meno impegnati (Michael Clayton, Syriana, L’uomo che fissa le capre) a dimostrazione di voler dire la propria dall’interno di un sistema potente e commerciale sin dalla nascita, questa “settima arte” chiamata cinema. Sicuramente ci sono stati titoli più insipidi come In amore niente regole (sua terza prova registica) e altri da attore poco interessanti, ma fa parte della giostra. In Good Night and Good Luck con Grant Heslov, Clonney affrontava la “caccia alle streghe” e il maccartismo e ci regalava una straordinaria lezione di cinema morale e di liberalismo. Anche se ambientato negli anni ’50 e girato con un occhio al bel cinema che fu, George e Heslov si riferivano ovviamente al presente (2005) e osservavano l’era di Bush. Con Le idi di marzo i due tornano a lavorare insieme guardandosi sempre attorno, osservando l’era di Obama che ha fatto vincere il loro schieramento, senza per questo perdere l’obiettivo ossia continuare a raccontare storie in modo giusto, anche se questo implica scomodità innanzitutto per loro perché il governatore Morris (personaggio di questo film) è candidato per il partito democratico.
La sceneggiatura del film ha una matrice teatrale, un adattamento di una pièce di Beau Willimon, accreditato come sceneggiatore a fianco dello stesso Clooney e Heslov e ciò garantisce una solidità di scrittura che il regista supporta con uno stile lineare senza irrigidimento della messa in scena. Due erano gli inconvenienti nei quali si poteva incappare, vista la matrice teatrale dello script: primo, rischiare di realizzare un film dall’impianto totalmente teatrale, dunque ci si poteva imbattere in staticità e se l’argomento non avesse destato attenzione equivaleva ad un suicidio annunciato. Secondo, quando gli attori di talento hanno tra le mani copioni di stampo teatrale si corre il pericolo che si tramutino in un’allegra compagnia di gigioni fastidiosi. Entrambe le cose non sono accadute e il merito è di Mr George perché ha scelto di cadenzare il suo film con un ritmo lento, ma costante che esplode quando le carte vengono scoperte e le azioni dei personaggi arrivano al dunque. Inoltre possiede una certa sensibilità nel dirigere gli attori, attitudine che ai più potrebbe risultare ovvia per i registi che vengono dalla recitazione, ma che tanto scontata, invece, non è.
Prodotto dalla Smokehouse di Clooney e Heslov insiema alla Appian Way Productions di Leonardo di Caprio, il film è un avvincente intrigo politico ambientato durante i duri scontri elettorali delle primarie in Ohio per la candidatura del partito democratico, ambita dal governatore Mike Morris (Clooney) e dal suo avversario Pullman. Deliri di onnipotenza, manipolazioni di ogni sorta, regole infrante senza alcuna remora in una battaglia senza esclusione di colpi, mirata all’occupazione della poltrona più importante della nazione. Il tutto è osservato dagli occhi del giovane addetto stampa del governatore, Stephen Meyers (Ryan Gosling) un idealista e per questo il migliore per lealtà e diplomazia, ma alla fine sarà costretto a cambiare la sua visione del mondo e a scendere a compromessi pur di raggiungere il suo obiettivo. Ottima prova di attore per Gosling, protagonista assoluto della scena, sguardo beffardo ruba il campo a Clooney che rispettosamente ha ritagliato per sé una parte minore, un personaggio distaccato e cinico come pochi ne ha interpretati nel passato. Una sfida recitativa, quella di Ryan, superata alla grande con un ruolo che funge da chiave di volta per il funzionamento dell’intero film, un personaggio che subisce una dolorosa evoluzione morale. Assistiamo a un dramma politico, girato come un thriller, ad ogni azione corrisponde una reazione terribile ed ogni personaggio gioca con gli altri come se fossero pedine di una scacchiera. Paul Giamatti, manipolatore dei più infimi con il suo aspetto dimesso, nasconde un cinismo senza eguali, inizialmente non intacca il giovane addetto stampa che guida la campagna del candidato alla presidenza, Stephen nonostante abbia già visto tante campagne elettorali, ha conservato dei principi, è un idealista che antepone ciò che ritiene giusto al semplice guadagno personale, ma sta per scoprire la parte più brutta di quel mondo. Gli ideali vanno a farsi friggere, la lealtà è un sentimento ormai fuori moda e gli amici sono pronti a pugnalarti alle spalle, proprio come in quel giorno del 44 a. C. quando la democrazia imparò la sua prima lezione più dura.
 Ecco il trailer ufficiale

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